Nell’antica Roma, esattamente nel 64 d. C. ci fu un terribile incendio che distrusse gran parte della città, sulle ceneri di questo incendio sorse la Domus Aurea di Nerone.

La fastosa residenza del principe venne affidata alle cure degli architetti Severo e Celere, e fu talmente grande da occupare quasi tutto il centro di Roma, in un'area di circa ottanta ettari.

La concezione d’insieme della Domus Aurea, nella proporzioni e nel lusso degli ornamenti, risulto’ del tutto innovativa, paragonabile solo ai palazzi di corte di Alessandria d’Egitto e alle regge Orientali.

Da questi modelli e dalle ideologie che avevano ispirato Nerone nacque l’idea grandiosa e assolutistica del potere imperiale. Nerone arrivo’ a raffigurare se stesso nelle sembianze del dio Sole in una statua gigantesca, il Colosso bronzeo, alta piu’ di trentacinque metri, posta ad ornamento del vestibolo della nuova casa.

Lo splendore della Domus Aurea mori’ insieme al suo principe. I suoi successori, i Flavi, erano desiderosi di liberarsi dell’immagine di Nerone e cosi’ restituirono all’uso pubblico l’area occupata dalla reggia, e distrussero la maggior parte degli edifici.
 
Nella valle compresa tra l'Oppio e il Celio, nello spazio in precedenza occupato dallo stagnum Neronis, il lago dei giardini della Domus Aurea, iniziarono la costruzione del monumentale anfiteatro di pietra, il Colosseo.
Solo il padiglione del colle Oppio, in parte oggi visitabile, sopravvisse al rinnovamento urbanistico, fino all'inizio dei lavori per la realizzazione del soprastante complesso termale di Traiano.

Si decise di colmare di terra l'edificio neroniano, già spogliato dei marmi e delle opere d'arte, sfruttandolo come costruzione artificiale delle nuove terme, ma se da un lat questa operazione ha cancellato la memoria dell'edificio, dall'altro ha consentito la conservazione fino ai giorni nostri del nucleo residenziale del colle Oppio. In seguito, sulle rovine delle Terme di Traiano, cadute in abbandono dopo il taglio degli acquedotti da parte di Vitige, re degli Ostrogoti, nel 539 d.C., sorsero nel medioevo orti e vigne, a caratterizzare il nuovo paesaggio del colle che aveva ospitato la Reggia d'oro di Nerone.
 
La riscoperta della Domus Aurea avvenne casualmente alla fine del Quattrocento per opera di curiosi e di appassionati di antichità che, calandosi dall'alto nelle grotte ancora interrate, iniziarono a copiare i motivi decorativi delle volte, promuovendo nel secolo successivo la fama e la fortuna dell'arte delle "grottesche".

La riscoperta della Domus Aurea segnò la scoperta della pittura antica, artisti famosissimi, come Raffaello, Pinturicchio, Ghirlandaio, Giovanni da Udine e altri, si ispirarono alle pareti della domus per decorare le logge e le stufette di cardinali e aristocratici romani, nei Palazzi Vaticani, a Castel Sant'Angelo, a Villa Madama.

Nel 1506, nello scavare in una vigna del colle Oppio, venne disseppellito il gruppo del Laocoonte, una delle opere scultoree più famose dell'antichità.
 
La presenza del celebre gruppo nell'area della Domus Aurea non sorprende se si considera che le fonti antiche più volte sottolineano le manie collezionistiche di Nerone, che aveva compiuto razzie in tutta la Grecia per adornare i saloni della sua reggia, vero e proprio museo di capolavori classici ed ellenistici, tra i quali probabilmente le statue bronzee dei Galati vinti, più tardi trasferite, insieme al resto, nel Tempio della Pace di Vespasiano per essere restituite al pubblico godimento.

L'architettura della Domus Aurea oggi resta soprattutto il nucleo edilizio del colle Oppio, formato da circa 150 ambienti, articolati attorno alla sala a pianta ottagonale, vero e proprio fulcro di tutto il complesso, esteso sulla fronte per una lunghezza di circa 400 metri. Gli ambienti sono per la maggior parte coperti da volte a botte di altezza variabile tra i 10 e gli 11 metri. La planimetria di quanto si conserva permette di distinguere due settori: uno occidentale, caratterizzato da un cortile-giardino a pianta rettangolare, circondato da un portico di ordine ionico, lungo i lati del quale si distribuiscono le sale che alcuni ritengono formare il settore privato della residenza neroniana.

A questo settore appartengono alcuni degli ambienti più famosi: la Sala della volta delle civette, così detta dai motivi decorativi della volta, riprodotta nei disegni e nelle incisioni del Settecento; il Ninfeo di Ulisse e Polifemo, che trae il suo nome dal soggetto a mosaico riprodotto al centro della volta, conosciuto da altri ninfei di ville imperiali, a Baia, a Castel Gandolfo e a Tivoli.
 
Assai più articolato il settore orientale della domus, centrato sulla sala a pianta ottagonale e sui due grandi cortili poligonali aperti ai lati di questa. Nella quale alcuni, senza gran fondamento, hanno voluto riconoscere il salone a pianta circolare, che ruotava continuamente come la terra, ricordato da Svetonio.

In questo settore del Palazzo sono conservate la Sala della volta dorata, con la sua sfarzosa decorazione a stucchi policromi; la Sala di Achille a Sciro, dal soggetto del quadro centrale della volta, che riprende il noto episodio omerico dell'eroe acheo nascosto da Teti sull'isola di Sciro, tra le figlie del re Licomede, per sfuggire ai pericoli della guerra di Troia; la Sala di Ettore e Andromaca, anche questa ispirata dall'epos omerico, con la scena dell'addio di Ettore alla moglie e al figlio Astianatte.

La mancanza di porte, di latrine, di ambienti di servizio e dei sistemi di riscaldamento farebbero escludere il carattere residenziale del padiglione del colle Oppio, riservato probabilmente solo allo svago e all'ozio dell'imperatore e dei suoi ospiti, in una cornice ricca di bellezze naturali e di opere d'arte.
 
Le decorazioni dipinte, gli stucchi e alcuni frammenti di mosaico sono quel che resta del lusso e della ricchezza originaria. Gli affreschi, che ricoprono intere pareti dei corridoi e degli ambienti di passaggio, lasciando il posto nelle sale principali ai rivestimenti in pregiati marmi di importazione.

I restauri compiuti hanno documentato un uso abbondante della foglia d'oro e confermano ciò che le fonti testimoniano: l'uso delle gemme e delle pietre preziose, come Seneca descrive nella frase una "casa risplendente per lo scintillio dell'oro".
 
Dall'inizio degli anni Ottanta, la Domus Aurea, fino a quel momento solo parzialmente aperta alla visita degli studiosi e degli specialisti, venne definitivamente chiusa per ragioni di sicurezza e di conservazione.

Gli specialisti, architetti, archeologi, storici dell'arte, restauratori, si trovarono a dover affrontare numerosi e complessi problemi. Le sperimentazioni dirette eseguite dall'istituto Centrale per il Restauro e dalla Soprintendenza Archeologica di Roma fra il 1983 e il 1986, relative al confinamento degli ambienti, al nuovo tipo di illuminazione artificiale e al controllo della dinamica dei fenomeni di degrado, hanno consentito l'acquisizione di dati certi, che sono stati posti alla base degli interventi di restauro successivi.